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"Carolina Carlone sembra essere cosciente dell'intimo
dialogo tra voce e silenzio che c'è nella poesia.
L'andamento fluido e pencolante che fin dall'elemento grafico
caratterizza la sua opera lo sottolinea, come già
notava per la medesima particolarità Luciano Benini
Sforza, nella postfazione alla precedente raccolta della
Carlone, La stanza del tè, uscita nel 1999: "la
scrittura sembra a volte procedere come una macchina da
presa che evidenzia singoli dettagli, particolari, oggetti
minuti e microscopici". Le "giaciture tipografiche"
(sempre per riprendere Benini Sforza) svelano una attenzione
e una fine capacità di far giocare silenzio e voce,
per ottenere la massima resa semantica. Le parole provengono
da diverse parti dell'universo bianco della pagina, a volte
isolate, a volte in dialogo con poche compagne nello stesso
verso; le pagine, ad uno sguardo panoramico che le considerasse
più come quadri che come pagine di un libro, appaiono
nella maggior parte dei casi come attraversate da onde di
parole, anche dal punto di vista strattamente visivo. L'arte
della Carlone consiste nel far coincidere l'effetto visivo
con quello del significato. Anche la sua poesia, fondamentalmente
narrativa, sceglie di arrivare all'occhio del lettore e
al suo ascolto non seguendo la sequenzialità lineare
che potrebbe avere un racconto, ma per ondate, per folate
di pensieri, emozioni e immagini. In senso narrativo, più
compatto è il primo movimento (dei tre di cui è
composta la raccolta), ambientato nella San Pietroburgo
che è già luogo letterario e narrativo per
eccellenza. In questa parte il testo procede più
linearmente che nel resto del libro e la narratività
è spezzata solo da una partecipazione lirica ed emozionale
dell'autore e da un ritornello (" - Un dollaro e mezzo:/questo
è il prezzo.-") che rende contemporaneamente
cantabile e materiale la situazione, con quella sorta di
richiamo ad un interesse economico che si intromette nella
descrizione, nelle analogie, nelle immagini e sensazioni
di gelo e fedeltà (dell'orso). E' nella seconda parte
della raccolta, Maggio - Porto San Vitale - Ravenna (idealmente
ricollegata alla prima dalla reminiscenza bizantina e orientale
in genere che entrambi i luoghi suscitano) che il porsi
a ondate della Carlone esplode in tutta la sua pienezza.
Qui davvero voce e silenzio si alternano quasi a sfidarsi,
come se volessero spremere ed esprimere il massimo significato
delle parole col loro alternarsi e cercarsi. Qui sta lo
stile, mi pare. Ne viene fuori una trama di pieni e di vuoti
intessuta con senso dell'orecchio e del sentimento, dentro
la quale è possibile inserire non solo la voce del
poeta ma anche quelle di altre presenze e addirittura altre
lingue e civiltà, con particolare predilezione per
quella arabo-persiana. Occorre quindi concludere che l'unione
tra la delicata trama linguistica, che riecheggia anche
mondi alti e favolosi, e la fedeltà alla necessitò
narrativa, che ci testimonia anche una precisione di "messaggio",
di intenzione significativa, rendono la lettura di questo
Col passo degli esuli scorrevole e non banale, un po' come
se si fosse cullati dalle ondate liriche della poesia di
Carolina Carlone, a volte presi dal flusso descrittivo e
narrativo, a volte assorti dal silenzio in cui con tanta
costanza cerca di renderci attenti e stupiti."
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