:: CONTRIBUTO di MARIA LENTI ::
 

Ponti mobili di Carolina Carlone si snoda in versi centellinati, a volte a cascata, meditativi (per gli spazi bianchi), quasi in bilico a <<tentare la traversata/lungo rossi faraglioni// Inseguendo l'acqua/ che capricciosa// da sola viene e sa>>.
Poesia che dice e vuole significare, in una sua piana, necessaria, intensità, nei rari squarci lirici (se non nella metrica certo nella iconografia: << Ora non c'è il garbino//In questo imbuto/che inietta alla pianura/Il sapere delle rotte aperte>>).
  Ponti mobili, l'andare e il tornare, rinnovati e arricchiti, o un mai partire. Ponti mobili, ovvero ponti che si alzano e si richiudono, aprono all'oltre e, contemporaneamente, lo fermano, permettono passaggi da una riva all'altra ma pure li interrompono: dietro comando, certamente, ma forse anche di soppiatto nel tempo lungo andato (o che resiste sotterraneo nei moli, nelle darsene, lì dove il movimento è sinonimo di viaggi sempre iniziati e mai conclusi e dove un guardiano capriccioso, spietato o gioviale, fa girare marchingegni e mulinare onde). Si trovano, questi luoghi, in città di mare nei fiumi navigabili delle pianure, ma contornano anche i ponti levatoi (reali - per esempio quelli del proprio ego o dell'ego di potenti - o delle favole) anch'essi con la loro mobilità o la loro ruggine, così come tutti i ponti, metaforici ed esistenti.
Mobilità, allora, dell'esistenza e dell'immaginazione e del desiderio, in un incontro teso a dare il senso di un insieme e di una frammentazione, d'oggi e, dunque, di ogni tempo, quando si raggrumano ricordi, conoscenze, sguardi nella profondità delle cose e dei lavori e dei libri, della storia con i potenti, innominati ma avvertiti, di sempre.
  Se si può andare, in Ponti mobili, sulle tracce della Ravenna dei 'ponti d'oro', città in cui l'autrice è nata e vive, o di certi slarghi della pianura e del suo paesaggio urbano-industriale, anche nelle dismissioni e nei danni, non di meno questi luoghi sono - come scrive Pietro Civitareale - luoghi dell'anima e della poesia e perciò aprono ad altro: alla <<linea del discorso metastorico, rappresentato, da un lato, dal motivo dell'attualità in continua trasformazione (che chiede attenzione con i suoi eccessi e le sue asimmetrie) e, dall'altro, dal motivo metaforico, che designa il livello zero tra il polo mistico-culturale e quello realistico-documentario; una linea che si sviluppa, lungo le varie scene e dentro le varie voci, come un filo cangiante ma geloso della propria individualità, ponendosi come una traiettoria dei temi inerenti al "luogo della poesia">>.
  Aprono alla ricerca di momenti e punti in cui ancorare interrogativi, silenti per il timore, anche, di vederseli fuggire dal cuore anche dell'infanzia, perché strappati da una concretezza tutta ravvisabile nella corsa e nell'affanno di violenze che portano a Bagdad (il corsivo è mio) o che, solo per un tornaconto di sopravvivenza tutta egoistica (ancora una violenza agli altri), salvano il piccolo Nazim che <<fa il pane>> per i suoi assalitori.
  Poesia ricca, colta (il paratesto informa dei supporti storici e artistici e letterari e biblici, ecc.), che - ricorro al ponte-simbolo - immette in terreni e territori da scoprire anche per una sorta di visività, secondo una lezione diffusa nel Novecento italiano più aderente alla necessità di trasformare la comunicazione e gli stilemi poetici e in seguito re-individualizzata, almeno a partire dagli ultimi decenni. Poesia, questa di Ponti mobili, che può apparire talvolta timorosa di espandersi: ma basta entrare nel ritmo interiore dei singoli versi per cogliere le ragioni (e le emozioni), i tremori di passi sui ponti mobili di questo nostro tempo.
 


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