:: CONTRIBUTO di ALESSANDRO TEDDE ::
 

Carolina Carlone nasce nel 1964 a Ravenna, dove vive e lavora come insegnante di scuola primaria. Laureata in Storia Contemporanea, dalla metà degli anni Ottanta si rivolge alle nuove tecnologie e al loro utilizzo in ambito didattico con numerosi progetti di introduzione della multimedialità nelle scuole. Da questo interesse nasce il progetto, oramai attivo da cinque anni, realizzato in collaborazione con la coreografa Monica Francia “CorpoGiochi® a Scuola”. Pubblica la sua prima raccolta nel 1999, col titolo La Stanza del Tè. Seguono: Col Passo degli Esuli (2000), premio internazionale “Nuove Lettere”; Webcam (2002), precedentemente pubblicato su internet, premio “Vallesenio”; Ponti Mobili (2003) premio “Alpi Apuane”; Alessandro Speaks (2006), premio internazionale “San Domenichino”.

Conoscere Carolina Carlone davanti ad una tazza di ottimo tè mi ha aiutato a scoprirla prima di tutto come persona, affaccendata negli impegni scolastici e profondamente coinvolta nella scoperta delle emozioni e del mondo attraverso gli occhi dei bambini che segue e che ama; e poi come poetessa, convinta dell’autonomia dell’arte come strumento di conoscenza di sé e del mondo. Una persona affascinante, che dietro ai suoi brani cela una grande attenzione al proprio mondo e al futuro rappresentato dai giovanissimi cui trasmette la sua passione ogni giorno, portandoli a crescere mentre tutto attorno a loro evolve. Una guida, ma anche una risorsa di grande cultura ed eclettici interessi con cui riflettere e confrontarsi. Una poetessa che lascia trasparire il suo pensiero tra le righe dei versi e che lascia in essi confluire le suggestioni di chi legge, per imparare ancora, oltre che insegnare, a vivere appieno le proprie emozioni.

Com’è nata la sua passione per la scrittura e per la poesia?

L’amore per la parola scritta c’è sempre stato, fin dalla giovane età. Ho da sempre interesse per la lettura, di ogni tipo. La poesia, come composizione, è stata per me una vocazione tardiva. Sebbene come lettura sia stata un mio vivo interesse da sempre, come scrittura è arrivata solo dai 20-25 anni. Certo, scrivevo, ma la mia forte autocritica mi portava sempre a tenere per me o gettare i testi composti. Mi dicevo: sono ricordi tuoi, non hanno dignità di stampa. La prima opera edita risale infatti al 1999. La difficoltà di questo cammino è stata dettata proprio dalla severità del giudizio personale. Grazie ad amici come Luciano Benini Sforza e Nevio Spadoni ho ricevuto la spinta che mi serviva. Il loro invito, il loro suggerimento, è stato fondamentale. Dopo la prima pubblicazione ho stampato, in sette anni, cinque raccolte.

Le sue opere sono molto particolari, nell’impaginazione e nelle copertine...

Ho un gusto quasi artigianale nelle pubblicazioni. Mi piace curare ogni dettaglio: dall’impaginazione dei brani alla copertina; perché ciò che scrivo nasce dalle emozioni, da ciò che visivamente mi colpisce, e cerco di dare dignità alle parole anche con un involucro che le contenga e che sia al contempo veicolo di quelle immagini.

Cosa significa, per lei, la poesia e lo scrivere in forma poetica?

La poesia è strumento per acquisire consapevolezza di me, delle mie emozioni, del mio modo di relazionarmi con gli altri. E’ uno strumento per avvicinarmi alle mie parti nascoste, ai miei ‘luoghi bui’. Che poi serva ad altri, dopo la pubblicazione, è molto gratificante, ma a quel punto subentra il lettore: se i testi sono tali, evocano e toccano le giuste corde a prescindere dalla conoscenza del poeta e della sua storia personale o del suo volto. La poesia, in ogni fase, è una cosa personale. È un’opera aperta. Sia chi scrive che chi legge vi deve riversare del suo. Penso che la vicenda personale del poeta possa rimanere nascosta al lettore. Ciò che porta a scrivere poesie non è la cosa più interessante per chi legge. Al contrario, importante è la forma che il poeta riesce a dare ai suoi versi, rendendoli uno specchio terso in cui il lettore possa scorgere se stesso, possa entrare in risonanza con qualche cosa che appartiene alla sua esistenza e che è in lui. Se la forma utilizzata è efficace, la parola viaggia, ha vita propria. Non mi sono mai presa cura di pubblicizzarla perché lo fa da sola, col passaparola, attraverso la sua forza. Per scrivere e per leggere serve silenzio, concentrazione, si ascolta la poesia e le proprie emozioni, ecco perché non amo la pubblicizzazione e tutto ciò che ruota attorno al circo della divulgazione dei libri.  Preferisco depositare i volumi in biblioteca, sfruttare l’interesse dei lettori che lo cercano, internet, il book-crossing, e lasciare che siano loro a chiederlo per acquistarlo, non io a proporlo in modo ostentato.

Una poesia che emerge dal silenzio. Parole isolate che sembrano apparire e scomparire lentamente nello spazio del foglio, lasciando impresse le immagini che veicolano. È approdata a questo tipo di poesia dopo una ricerca personale, o è stato naturale esprimere in questo modo la sua scrittura?

Diversi motivi. Inizialmente per suggerire senso anche attraverso il ritmo della lettura, veicolato dai piccolissimi movimenti oculari sulla pagina, come facevano anche le avanguardie storiche. Poi per una esigenza visiva. Il rapporto tra segno e sfondo per me è molto importante e nasce da un gusto pittorico a se stante, derivato anche da un periodo di interesse per l’oriente e le sua forme artistiche e filosofiche. Poi soffrivo nel vedere le parole troppo ferme, come fossilizzate. Ciò che dà loro vita è il movimento, come nella danza. Cercavo di rendere il testo più dinamico. E forse anche per un bisogno di controllo sull’opera.  Anche se quest’ultima necessità  si è nel tempo gradualmente affievolita.

Che rapporto ha con le sue passate pubblicazioni?

Il mio interesse è sempre su quello che sto scrivendo e non su quello che ho appena finito di scrivere e pubblicato. In genere, sento conclusa un’esperienza personale e intima come quella dello scrivere poesie dopo la loro pubblicazione. Mi è successo con ogni testo che ho pubblicato. Mentre scrivo, cerco, attraverso lo strumento della parola, di definire i bordi di un qualche cosa di mio e la tensione è assolutamente personale e molto intensa. I tempi della pubblicazione sono legati a uno ‘sgancio’, a un mio superamento o allontanamento: allora doni ai lettori nella speranza che ciò sia vero anche per loro. Che la ‘magia’ poetica evochi e faccia affiorare qualche cosa di significativo e profondo della loro esistenza. Questo è accaduto, dicevo, con tutti i testi, tranne che con Alessandro Speaks, a cui ancora, nonostante la pubblicazione nel 2006, resto molto vicina.

Alessandro Speaks è l’ultima pubblicazione, che giunge dopo un periodo di silenzio. Come mai?

So che suona sempre grossolano e retorico, ma Alessandro Speaks nasce dopo un blocco nella scrittura di due anni, a seguito degli eventi drammatici seguiti al crollo delle torri gemelle. Per me, che credo nel valore delle differenze e nel dialogo, è stata una tragedia oltre che umana, anche simbolica e culturale. Ho riflettuto a lungo se avesse ancora un senso continuare a scrivere. Ogni parola mi sembrava inutile. Inadeguata. Ho con fatica superato questo momento accogliendo nella mia poesia il tragico, sfidando la banalità. Proiettando le angosce e il dramma in uno spazio-tempo lontano, in un’analogia tra impero macedone e occidente odierno. La tessitura a più voci rende invece omaggio al contemporaneo. Ho cercato di creare cambi di voce, vuoti, spazi per linguaggi altri. Questo deriva anche dal mio interesse di sempre verso il teatro e la multimedialità.

Che influenza ha sulla sua scrittura il suo interesse per le arti e il rapporto con i bambini con cui lavora ogni giorno?

Penso che tutto quello che uno è abbia rilevanza didattica… certamente si insegna meglio e con più passione ciò che si ama. Forse anche la mia formazione giovanile in una parrocchia salesiana e in Azione Cattolica affiora in questo dare grande importanza al cuore, al clima emotivo, all’accoglienza… bisogna sempre passare dal cuore. Come persona e come insegnante ho due demoni: la parola e il linguaggio del corpo evocato da teatro e danza. Nel mio modo di insegnare, i linguaggi si mischiano: per far esprimere i bambini, anche quelli con diverse abilità, occorre studiare ed offrire diversi tipi di linguaggio e diversi approcci. In modo che ognuno possa trovare una propria modalità espressiva. E’ necessario creare curiosità e domande, piuttosto che fornire risposte già pronte. E’ importante creare un clima positivo e motivante. Penso che si debba sempre adottare uno stile maieutico, aiutandoli a crescere, a diventare grandi, a prendere un primo contatto con le proprie emozioni. Che è qualche cosa di più ampio e complesso del fornir loro delle conoscenze, peraltro importanti.

Quale strada sta prendendo la scuola, e la cultura, in Italia?

La scuola non è disgiunta dalla società. Vive un momento di crisi che, proprio perché tale, ha però anche grandissime potenzialità. Gli insegnanti sono spesso chiamati in prima linea a far fronte a tante problematiche, con bambini a cui spesso è venuta meno anche quella rete di sicurezze familiari che in passato li aiutava a crescere. Con una sgrammaticatura emozionale accentuata anche dai troppi modelli distorti che i media propongono loro.  Molte cose sono state di fatto delegate ai soli insegnanti. Forse troppe. Personalmente, mi piacerebbe una scuola pubblica più ricca, con più mezzi. Capace anche di investire sull’aggiornamento professionale, fornendo più possibilità e stimoli (anche economici) ai docenti, per investire sull’uomo e sulle sue capacità, invece di vederlo come mero tassello di un’azienda. Penso a una burocrazia ridotta all’osso e a stage, a esperienze all’estero, a brevi periodi sabbatici nei quali magari tornare periodicamente all’università per corsi di aggiornamento ed esami. Il tempo dell’aggiornamento culturale e professionale non può essere solo quello delle due orette in coda alla giornata lavorativa, fra la stanchezza di fine giornata, la correzione dei compiti e la preparazione della cena…

Può la poesia essere una risorsa per l'educazione?

Come tutte le Arti, la poesia parla dell’uomo e all’uomo. Tende allo sviluppo della sua sensibilità, della sua creatività e delle sue capacità espressive e spirituali. La loro valenza terapeutica e didattica è cosa ormai nota e universalmente condivisa. La poesia aiuta a capire le emozioni, a dar voce ai sentimenti. Credo che il piacere della lettura arrivi da lontano e sia uno degli obiettivi importanti della scuola primaria. Sicuramente la poesia per sua natura ha un livello di complessità maggiore rispetto ad altri generi di scrittura, ma ha anche un maggior potere evocativo e i bambini sono molto aperti e ricettivi. Magari non colgono il senso esatto del verso, ma hanno una grande capacità empatica e sanno porsi in risonanza con i versi. Penso si debbano fornire sempre esempi alti e forti, senza avere paura delle difficoltà. I bambini non vanno mai sottovalutati. Certo, bisogna essere capaci di spezzare il pane in piccoli bocconi. Ma questo fa parte della professionalità di un docente.

Come può la poesia essere inserita nel contesto didattico?

Sulla didattica della poesia esiste una fiorente letteratura e tante bellissime esperienze. Io recentemente, nelle mie classi quinte, ho voluto fare un piccolo esperimento e ho fornito ai miei allievi una selezione di testi poetici di altissimo livello. Senza dare inizialmente alcuna parafrasi o spiegazione, ho chiesto loro di leggere e scegliere liberamente le poesie che più piacevano. La scelta è arrivata dalla prima lettura, dal primo incontro, e questo genera in loro curiosità e interesse nei significati che quelle parole portano. La spiegazione e la comprensione razionale sono giunte in seguito, prima è arrivata l’emozione. Quando ho chiesto che cosa li aveva colpiti dei testi scelti, tutti avevano colto qualche aspetto (un colore, un tono, uno stato d’animo, un’immagine) assolutamente pertinenti. Ho anche chiesto loro di impararne alcune a memoria e di recitarle ai compagni. Le hanno scelte da soli e sono stati lasciati liberi in questo. Credo che imparare a memoria dei versi sia una prassi importante che ultimamente a scuola è stata messa ingiustamente un po’ in disparte. La memoria fa sedimentare le parole nel fondo dell’animo: quando poi queste ci servono, affiorano spontaneamente, sono parte di noi e del nostro modo di esprimerci e relazionarci con gli altri.

Quali sono i progetti curati da lei sulla multimedialità nelle scuole?

Come le dicevo, sono sempre stata attratta dai linguaggi visivi e dalle nuove tecnologie e dalla metà degli anni Ottanta ho curato vari progetti relativi all’introduzione della multimedialità nella scuola di base, tra i quali una sperimentazione ministeriale triennale e il progetto “La Pagina - Il Sito - La Scena”, volto all’ utilizzo sia dei linguaggi ‘analogici’ del teatro e della danza che di quelli più squisitamente ‘digitali’. Negli ultimi dieci anni però ho allargato molto la mia idea di ‘multimedialità’ concentrando la mia attenzione sul linguaggio ‘analogico’ per eccellenza, quello del corpo e della danza. Proprio per la necessità pedagogica di mettere un accento sul vissuto personale ed emozionale dei bambini, che il corpo veicola ‘a pelle’. E poi, il teatro, la danza contemporanea – quella che oggi si chiama Danza d’Autore – è da sempre un’altra mia passione. A Ravenna siamo fortunati: abbiamo artisti e realtà culturali di primissima grandezza. Mi riferisco alla coreografa Monica Francia, che ho l’onore di considerare amica e con la quale è nato il progetto “CorpoGiochi® a Scuola”, e al Teatro delle Albe, con la luminosa esperienza della ‘Non Scuola’.

Cos'è “CorpoGiochi® a Scuola” e cosa può dare ai ragazzi e agli insegnanti che vi partecipano?

“CorpoGiochi® a Scuola” è un progetto che nasce cinque anni fa, all’interno del IX Circolo Didattico di Ravenna, dall’incontro fra me, le mie colleghe e Monica Francia: ci siamo riconosciute in un certo modo di pensare la danza, l’educazione e la scuola. Monica, che aveva avuto una bambina, si era aperta a un grande interesse nei riguardi del mondo dell’infanzia e stava creando un metodo adatto all’età scolare, ‘CorpoGiochi®’ appunto. Io e le mie colleghe, partendo dalle nostre classi prime, lo abbiamo portato ‘a Scuola’, impegnandoci nella progettazione e nella realizzazione di percorsi didattici improntati alla massima interdisciplinarietà ed orientati alla prevenzione del disagio e della dispersione scolastica. Da subito, come IX Circolo, abbiamo cercato di spiegare il nostro lavoro ai colleghi, realizzando corsi di formazione, dvd, cd-rom e scrivendo quaderni operativi in cui altri docenti potessero trovare indicazioni, stimoli e suggestioni. Grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, siamo riuscite a pubblicare gli esiti dei primi due anni di lavoro in un volume uscito in estate per i caratteri di Mimesis, e stiamo lavorando a una seconda parte che illustrerà i laboratori e i percorsi progettati per le ultime classi della scuola primaria. Tutto questo per avere a disposizione strumenti per raccontarci e confrontarci con i colleghi. Il progetto, grazie anche al sostegno del Comune di Ravenna, negli anni si è allargato fino a coinvolgere altri Istituti scolastici (III di Ravenna e l’I.C. Valgimigli di Mezzano) e il Liceo Classico ‘Alighieri’ di Ravenna, presso il quale Monica effettua dei corsi di formazione per alcune classi dell’indirizzo psicopedagogico: le ragazze così preparate, vengono poi a fare una prova sul campo, lavorando nelle classi coinvolte nel progetto, all’interno dei laboratori CorpoGiochi®. La presenza di figure educative così diverse fra loro, per competenze, ruoli ed età, credo sia importante e bella per i bambini. Tutte lavorano agli stessi obiettivi: aiutarli a crescere nella loro globalità, creando un clima ‘caldo’ e positivo a scuola, perché l’apprendimento di qualsiasi cosa risulti più facile. Non aggiungiamo mai nulla ai programmi: obiettivi e contenuti sono quelli previsti nelle varie discipline per le varie classi. Il difficile sta nel trovare e realizzare modalità di apertura disciplinare e di ‘attraversamento’ che tengano sempre al centro l’interesse e la motivazione dei nostri alunni.

Progetti futuri?

Come le dicevo, per ora sono molto concentrata sul progetto “CorpoGiochi a Scuola” e sulle azioni volte alla sua divulgazione. Per quel che riguarda la poesia, sono ancora troppo ‘vicina’ ad Alessandro Speaks. Questo è stato per me un testo importante, e lo è tuttora, al punto da dettare lui i propri tempi. E sono molto dilatati, mi occorre tempo per metabolizzarlo e staccarmene, forse anche per il percorso tormentato che mi ha portato alla sua stesura. Nella prossima primavera, sono stata invitata da Marco Martinelli e da Ermanna Montanari ad un incontro di quelli da loro organizzati per la ‘Non Scuola’. Di questo invito sono molto felice, per la stima che nutro nei loro riguardi e per le forti affinità poetiche e pedagogiche che avverto nei confronti del loro lavoro. E’ un’esperienza per me nuova: mi affascina il fatto di parlare della mia poesia a degli studenti, fra l’altro così vicini ai linguaggi della scena. Lo trovo un punto di integrazione e di sinergia fra aspetti della mia vita non sempre armonici: fra la mia dimensione “pubblica” scolastica e quella “privata” della scrittura poetica. Un proseguire il mio lavoro con altri mezzi.

 



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