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"La civiltà dell'immagine ci avvolge, ci fascia.
Può persino giungere a creare la percezione, in alcuni
casi, che stia schiacciando la parola scritta, nel senso
che questa diventa ancella opaca di una linearità
piatta, puramente visiva di sequenze, lacerti, o intrecci
d'effetto stesi sul bianco della pagina senza mediazioni,
senza vere e più complesse sinergie. La parola di
questa prima ricca raccolta di Carolina Carlone, La stanza
del tè, parte da questo dialogo inesausto con il
dominio dell'immagine, come evidenziano anche le giaciture
tipografiche, assai visive e iconiche, di diversi testi.
Soprattutto l'immagine è la cellula madre, la fibra
costitutiva e primaria se non di tutti, di gran parte dei
componimenti del volume, componimenti che spaziano dalla
misura lunga del poemetto a quella brevissima del frammento.
Non solo: la scrittura sembra a volte procedere come una
macchina da presa che evidenzia singoli dettagli, particolari,
oggetti minuti e microscopici. Ma l'immagine, il quadro
non sono mai dati di per sè, come relitti epigonici
di una scrittura naturalistica o facilmente descrittiva:
la visività è semmai lo strumento privilegiato
con cui si esercita e si materializza uno scavo continuo,
una perlustrazione dei territori del profondo. Lo spazio
della soggettività, anzi, è talmente vasto
e comprensivo che chiama a sè tutte le forme testuali
qui toccate: il dialogo io-tu, il monologo, il frammento,
il paesaggio-stato d'animo, il poemetto. Con una metamorfosi
testuale esteriore apparente: apparente perchè resta
quella componente visiva e figurativa di fondo, ma anche
quel'assidua, tenace auscultazione di sè. Del resto,
l'oscillazione fra misura lunga poematica e frammento caratterizza
diversa poesia contemporanea (e molte delle voci poetiche
romagnole di oggi); oscillazione che qui viene in qualche
modo sanata dal fatto che gli stessi esiti narrativo-monologici
sono costituiti da un brulicare di tessere e frammenti coscienziali
(si veda "Azalai", o "Abyssus Angeli",
o "Hieros Gamos"): ora invorticati, ora sedimentati,
i tasselli seguono una linea e una diegesi piena di vuoti,
di salti, di illuminazioni, secondo una tessitura endogena
e di gusto fortemente ungarettiano, nell'esiguità
della punteggiatura, nell'atomizzarsi del verso. Una tessitura
ed una espressività che, in tutte le singole compagini
(sezioni o testi che siano) della raccolta stessa, secondo
una netta e ricorsiva dialettica intima tendono a comporsi
ed a placarsi, come suggeriscono le risultanze stilistiche
più armonizzate ed equilibrate, ed anche rarefatte
e stilizzate (con frammenti, in alcuni casi, che ricordano
da più angolazioni gli haiku giapponesi). E come
sottolinea, su un piano invece organico e complessivo (diremmo
strutturale), quella che rappresenta la lucida, meditata
orchestrazione del macrotesto, il quale risulta suddiviso
in quattro sezioni, corrispondenti agli elementi architettonici
della "stanza del tè", di ascendenza chiaramente
orientale: l'anticamera, il portico, il sentiero e la stanza
propriamente intesa. Tale percorso delinea in chiave architettonica
e figurativa insieme un tracciato che è anche e soprattutto
poetico: si va dalla tensione più sofferta e drammatica
dei testi iniziali alla maggiore rarefazione-armonia degli
ultimi esiti. Senza, tuttavia,che nè la dialettica
di cui si parlava sopra, nè tantomeno il corrispondente
- a livello macrotestuale- disegno psicologico-formale intacchino
la fibra di questa scrittura: l'immagine che oggettiva o
illumina le voci del profondo, lo spazio insomma articolato
e geologico dell'io."
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