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:: LA STANZA DEL TE' ::
 

Postfazione di Luciano Benini Sforza




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_L'ange au sourire >>
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_Roncisvalle >>
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_Porte d'acqua (frammento n.4) >>
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_Al sadr (il petto) >>
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_Fotogrammi blu (frammento n.13) >>
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_Lavelli >>

"La civiltà dell'immagine ci avvolge, ci fascia. Può persino giungere a creare la percezione, in alcuni casi, che stia schiacciando la parola scritta, nel senso che questa diventa ancella opaca di una linearità piatta, puramente visiva di sequenze, lacerti, o intrecci d'effetto stesi sul bianco della pagina senza mediazioni, senza vere e più complesse sinergie. La parola di questa prima ricca raccolta di Carolina Carlone, La stanza del tè, parte da questo dialogo inesausto con il dominio dell'immagine, come evidenziano anche le giaciture tipografiche, assai visive e iconiche, di diversi testi. Soprattutto l'immagine è la cellula madre, la fibra costitutiva e primaria se non di tutti, di gran parte dei componimenti del volume, componimenti che spaziano dalla misura lunga del poemetto a quella brevissima del frammento. Non solo: la scrittura sembra a volte procedere come una macchina da presa che evidenzia singoli dettagli, particolari, oggetti minuti e microscopici. Ma l'immagine, il quadro non sono mai dati di per sè, come relitti epigonici di una scrittura naturalistica o facilmente descrittiva: la visività è semmai lo strumento privilegiato con cui si esercita e si materializza uno scavo continuo, una perlustrazione dei territori del profondo. Lo spazio della soggettività, anzi, è talmente vasto e comprensivo che chiama a sè tutte le forme testuali qui toccate: il dialogo io-tu, il monologo, il frammento, il paesaggio-stato d'animo, il poemetto. Con una metamorfosi testuale esteriore apparente: apparente perchè resta quella componente visiva e figurativa di fondo, ma anche quel'assidua, tenace auscultazione di sè. Del resto, l'oscillazione fra misura lunga poematica e frammento caratterizza diversa poesia contemporanea (e molte delle voci poetiche romagnole di oggi); oscillazione che qui viene in qualche modo sanata dal fatto che gli stessi esiti narrativo-monologici sono costituiti da un brulicare di tessere e frammenti coscienziali (si veda "Azalai", o "Abyssus Angeli", o "Hieros Gamos"): ora invorticati, ora sedimentati, i tasselli seguono una linea e una diegesi piena di vuoti, di salti, di illuminazioni, secondo una tessitura endogena e di gusto fortemente ungarettiano, nell'esiguità della punteggiatura, nell'atomizzarsi del verso. Una tessitura ed una espressività che, in tutte le singole compagini (sezioni o testi che siano) della raccolta stessa, secondo una netta e ricorsiva dialettica intima tendono a comporsi ed a placarsi, come suggeriscono le risultanze stilistiche più armonizzate ed equilibrate, ed anche rarefatte e stilizzate (con frammenti, in alcuni casi, che ricordano da più angolazioni gli haiku giapponesi). E come sottolinea, su un piano invece organico e complessivo (diremmo strutturale), quella che rappresenta la lucida, meditata orchestrazione del macrotesto, il quale risulta suddiviso in quattro sezioni, corrispondenti agli elementi architettonici della "stanza del tè", di ascendenza chiaramente orientale: l'anticamera, il portico, il sentiero e la stanza propriamente intesa. Tale percorso delinea in chiave architettonica e figurativa insieme un tracciato che è anche e soprattutto poetico: si va dalla tensione più sofferta e drammatica dei testi iniziali alla maggiore rarefazione-armonia degli ultimi esiti. Senza, tuttavia,che nè la dialettica di cui si parlava sopra, nè tantomeno il corrispondente - a livello macrotestuale- disegno psicologico-formale intacchino la fibra di questa scrittura: l'immagine che oggettiva o illumina le voci del profondo, lo spazio insomma articolato e geologico dell'io."

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