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 I.

Aut lux hic nata est aut capta

hic libera regnat

 

Nella terra di nessuno fra l'uscita dell'ultimo turista e il risveglio del sistema anti-intrusione, in un crepuscolo d'estate, siamo entrate insieme nel sacro ottagono della basilica. Un custode aveva già spento fari e lampade quando, fra le colonne, solo con un piccolo cenno hai indicato la bianca cattedra dietro il pulpito.... 'Siediti lì. E guarda'. E all'improvviso, tutto fu liquido movimento. Dal presbiterio, dalla veste del Cristo, folgoravano le Iniziali della Vita mentre a poderose bracciate il tramonto si era messo a correre lungo le pareti. Lanciando i suoi ami scintillanti attraverso l'alabastro, si aggrappava ai battiti d'ali delle tortore, al collarino svolazzante del parrocchetto, ai ricami tremanti del marmo di Proconneso. Sollevò la testa un pavone azzurro per seguire nel mio guizzo d'occhi quella raffica che piegava come canna l'oro delle pietre e stropicciava ogni porpora. Ah, Hierusalem... dovetti stringermi forte alla parete per non scivolare anch'io nel verde.

 

* * *          

 

Un attimo prima del grido dell'allarme, scivolammo fuori, accompagnate dai pensieri che come bolle di sapone salivano in fuga verso la cupola. Poi, da un ramo basso fra gli allori, verso di noi voltò la testa una vedetta a consegnarci il messaggio racchiuso nella bottiglia dei suoi occhi, luminosi come pezzi ribelli di mosaico. E nell'istante in cui la nottola ci fissò e i contrafforti ad arco mutarono colore colmandosi di ambra, vedemmo, per immersione, la nuova riva.         

 






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