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:: PONTI MOBILI  ::
 

Il luogo dell'anima e della poesia
 
 
 
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:: In copertina: Marco Neri, Mirabilandia  :: _



Si ringrazia la PRO LOCO di MARINA DI RAVENNA (RA)  per aver contribuito alla pubblicazione del volume.

 

 



Ogni poeta crea muovendo da un unico testo. Il suo valore si commisura al grado con cui gli si affida ed alla conseguente capacità di mantenere coerente, nel dominio di questo, il proprio dire poetico. Si tratta ovviamente di un testo ideale e quindi di un luogo ideale della poesia, dal quale nondimeno ogni componimento poetico, muovendo, parla e dal quale scaturisce l’onda che, di volta in volta, sommuove il dire in quanto dire poetico.

Ebbene, ci pare che anche l’esperienza poetica di Carolina Carlone rientri plausibilmente in una tale tipologia, tanto risultano organici i rapporti intercorrenti tra le varie parti della presente raccolta, e tra i vari testi che la compongono, e convergenti le linee di ispirazione che ne costituiscono l’orditura tematica. Ponti mobili (quarta prova della Carlone dopo La stanza del tè, 1999, Col passo degli esuli – Trittico, 2000, e Webcam, 2002) è infatti una raccolta di versi che ha come nucleo ispiratore Ravenna, la città dove la poetessa è nata e vive; dunque, un luogo geografico, ma anche un luogo dell’anima e della poesia, se è vero che esso contiene la occulta essenza dell’uomo e delle sue radici e rappresenta l’approdo verso cui l’anima tende nella realizzazione di se stessa.

In tale senso, la silloge, che si presenta con una caratterizzazione fortemente poematica, si offre come una forma di indicazione e di osservazione  del ‘luogo’ per antonomasia, che pone implicitamente la domanda della sua collocazione nello spazio e nel tempo.  Da qui l’esigenza di una contestualità interessata agli aspetti storici, artistici, antropologici; periferici certamente rispetto alla fenomenologia vera e propria di questa poesia, ma che, iscrivendosi sul versante della metafora della ‘mobilità’, finiscono per corrispondere ad altrettante proiezioni allusive ed illusive del Soggetto: “Guardo avanti/In te come nell’acqua/Dicono che appaia un’isola/che a volte – non sempre –/si rivela/Un punto cangiante/che sembra metallo”  (da Armida, I).

Tuttavia, in questo mosaico di momenti e figurazioni diverse, dove l’invitation au voyage è una implicita  tentazione voyeuristica, una totale disponibilità del poeta di fronte all’impatto di una realtà disseminata nello spazio e nel tempo, è possibile individuare una precisa linea di discorso: la linea del discorso metastorico, rappresentato, da un lato, dal motivo dell’attualità in continua trasformazione (che chiede attenzione con i suoi eccessi e le sue asimmetrie) e, dall’altro, dal motivo metaforico, che designa il livello zero tra il polo mistico-culturale e quello realistico-documentario; una linea che si sviluppa, lungo le varie scene e dentro le varie voci, come un filo cangiante ma geloso della propria individualità, ponendosi come una traiettoria di convergenza dei temi inerenti al ‘luogo della poesia’.

Custode dei momenti simbolici evocati, tale filo diventa un fattore della moltiplicazione e della identificazione dei dati, degli oggetti e delle suggestioni chiamati dalla memoria alla rappresentazione dell’unico elemento generalizzante, attivo sia sul versante del segno che su quello psicologico, e cioè Ravenna, il luogo dei luoghi, “boa defissata”  nel mare delle corrispondenze universali. In essa è concentrata tutta l’emozione che lega la poetessa alla sua città, al suo essere tramite ideale tra oriente e occidente, tra passato e presente, tra terra e cielo, tra realtà e sogno: metafora di una “mobilità” che non è soltanto riconducibile al confine fluttuante tra il qui e l’altrove, ma anche a quel metamorfismo ibrido e bastardo che caratterizza la nostra epoca e dunque all’esigenza morale di una presa di coscienza della sua filogenesi:

“E’ il minio delle carene/che tormenta/Quel rosso di passaggio/che piano forza/l’orizzonte/Vanno le navi/Come ora i soldati/dai pesanti tank/su cui qualcuno ha scritto:/Avanti… fino a Bagdad/Fino alla prossima terra/o al prossimo impero/Ed io che non ho mai saputo/camminare sull’acqua/Tutto seguo e dispero” (da: Signori si chiude, I).

La verticalità della versificazione, l’impiego frequente della paratassi, la capacità di illuminare la realtà con intuizioni folgoranti fanno di questa poesia uno strumento dinamico di conoscenza e di rappresentazione; un momento nel quale il sé e l’altro da sé, l’io e il mondo, il pensiero e le cose si mutuano in una osmosi continua e nel quale lo schizomorfismo culturale, proprio delle società moderne, si ricompone in una concezione unitaria dell’esistenza e della storia.

 Firenze, gennaio 2003

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Pietro Civitareale
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