Ogni
poeta crea muovendo da un unico testo. Il suo valore si
commisura al grado con cui gli si affida ed alla conseguente
capacità di mantenere coerente, nel dominio di questo, il
proprio dire poetico. Si tratta ovviamente di un testo ideale
e quindi di un luogo ideale della poesia, dal quale nondimeno
ogni componimento poetico, muovendo, parla e dal quale scaturisce
l’onda che, di volta in volta, sommuove il dire in quanto
dire poetico.
Ebbene, ci pare che anche l’esperienza poetica di Carolina
Carlone rientri plausibilmente in una tale tipologia,
tanto risultano organici i rapporti intercorrenti tra
le varie parti della presente raccolta, e tra i vari testi
che la compongono, e convergenti le linee di ispirazione
che ne costituiscono l’orditura tematica.
Ponti mobili
(quarta prova della Carlone dopo La stanza del tè,
1999, Col passo degli esuli – Trittico, 2000, e
Webcam, 2002) è infatti una raccolta di versi
che ha come nucleo ispiratore Ravenna, la città dove la
poetessa è nata e vive; dunque, un luogo geografico, ma
anche un luogo dell’anima e della poesia, se è vero che
esso contiene la occulta essenza dell’uomo e delle sue
radici e rappresenta l’approdo verso cui l’anima tende
nella realizzazione di se stessa.
In tale senso, la silloge, che si presenta con una caratterizzazione
fortemente poematica, si offre come una forma di indicazione
e di osservazione del ‘luogo’ per antonomasia, che
pone implicitamente la domanda della sua collocazione
nello spazio e nel tempo. Da qui l’esigenza di una
contestualità interessata agli aspetti storici, artistici,
antropologici; periferici certamente rispetto alla fenomenologia
vera e propria di questa poesia, ma che, iscrivendosi
sul versante della metafora della ‘mobilità’, finiscono
per corrispondere ad altrettante proiezioni allusive ed
illusive del Soggetto:
“Guardo avanti/In te come nell’acqua/Dicono che appaia
un’isola/che a volte – non sempre –/si rivela/Un punto
cangiante/che sembra metallo” (da Armida, I).
Tuttavia, in questo mosaico di momenti e figurazioni diverse,
dove l’invitation au voyage è una implicita
tentazione voyeuristica, una totale disponibilità del
poeta di fronte all’impatto di una realtà disseminata
nello spazio e nel tempo, è possibile individuare una
precisa linea di discorso: la linea del discorso metastorico,
rappresentato, da un lato, dal motivo dell’attualità in
continua trasformazione (che chiede attenzione con i suoi
eccessi e le sue asimmetrie) e, dall’altro, dal motivo
metaforico, che designa il livello zero tra il polo mistico-culturale
e quello realistico-documentario; una linea che si sviluppa,
lungo le varie scene e dentro le varie voci, come un filo
cangiante ma geloso della propria individualità, ponendosi
come una traiettoria di convergenza dei temi inerenti
al ‘luogo della poesia’.
Custode dei momenti simbolici evocati, tale filo diventa
un fattore della moltiplicazione e della identificazione
dei dati, degli oggetti e delle suggestioni chiamati dalla
memoria alla rappresentazione dell’unico elemento generalizzante,
attivo sia sul versante del segno che su quello psicologico,
e cioè Ravenna, il luogo dei luoghi, “boa defissata”
nel mare delle corrispondenze universali. In essa è concentrata
tutta l’emozione che lega la poetessa alla sua città,
al suo essere tramite ideale tra oriente e occidente,
tra passato e presente, tra terra e cielo, tra realtà
e sogno: metafora di una “mobilità” che non è soltanto
riconducibile al confine fluttuante tra il qui e l’altrove,
ma anche a quel metamorfismo ibrido e bastardo che caratterizza
la nostra epoca e dunque all’esigenza morale di una presa
di coscienza della sua filogenesi:
“E’ il minio delle carene/che tormenta/Quel rosso di
passaggio/che piano forza/l’orizzonte/Vanno le navi/Come
ora i soldati/dai pesanti tank/su cui qualcuno ha scritto:/Avanti…
fino a Bagdad/Fino alla prossima terra/o al prossimo impero/Ed
io che non ho mai saputo/camminare sull’acqua/Tutto seguo
e dispero” (da: Signori si chiude, I).
La verticalità della versificazione, l’impiego frequente
della paratassi, la capacità di illuminare la realtà con
intuizioni folgoranti fanno di questa poesia uno strumento
dinamico di conoscenza e di rappresentazione; un momento
nel quale il sé e l’altro da sé, l’io e il mondo, il pensiero
e le cose si mutuano in una osmosi continua e nel quale
lo schizomorfismo culturale, proprio delle società moderne,
si ricompone in una concezione unitaria dell’esistenza
e della storia.
Firenze, gennaio 2003