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"Sembra una raccolta di insoliti resoconti di viaggio
(...) 'Insoliti' perchè redatti in forma poetica,
ma anche perché al mutare dei paesaggi si accompagna
la cronaca di una trasformazione interiore, resa anch'essa
per accenni, pause, misteriose vibrazioni. Tanto che ci
si rende subito conto di trovarsi di fronte a un'autrice
molto raffinata, capace di restituirci atmosfere al limite
del definibile. (...) Un'atmosfera preziosa e rarefatta
domina paesaggi spesso "assoluti" (il deserto,
la steppa innevata, il cielo stellato), mentre si ha l'impressione
che ogni immagine alluda a qualcos'altro, la stessa allusione
a altro ancora e così via: al fondo di questa catena
di rimandi palpita, quasi inattingibile, la ricca interiorità
dell'autrice (...)".
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Elena Gaudenzi, Paesaggi
di carta, In: QUI - Settimanale di informazione della
Provincia di Ravenna - Anno XXXIV, n. 49, venerdì
3 dicembre 1999
"La
ricca raccolta prima della poetessa ravennate Carolina Carlone,
dalla stanza rituale giapponese ad un tè all'ombra
delle dune come nel romanzo portato sullo schermo da Bernardo
Bertolucci, si leva come un canto orientale. Una rapsodia
di frammenti come piccoli movimenti fuori e dentro di sè,
raccoglie echi e voli, di uccelli, di 'danzatori, che devono
volare' (ricordando Nureyev), di aviatori-alianti (omaggio
a Saint-Exupèry). Poesia come danza. Ora un classico
passo a due, poi danze cosacche (orme sulla neve e ombre
tra i rami), danze tribali per guarire. (...) Parole che
escono dal silenzio come scrosci di pioggia fanno affiorare
la sacralità della vita tra le pietre (...)".
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Marcello Tosi, Versi
all'ombra della stanza da tè, In: Corriere di
Romagna, 16 dicembre 1999
"(...)
in questa sua prima opera l'autrice dialoga con il dominio
dell'immagine e lo si vede subito dalla forma tipografica
scelta: parole e versi disposti non in modo tradizionale,
ma sparsi nello spazio-pagina a creare un effetto quasi
figurativo. Una visualità utilizzata però
come mezzo di un profondo e continuo scavo interiore. Nei
versi della Carlone si fondono strutture di linguaggio e
di tecnica in una sorta di sperimentalismo espressivo, sorretto
anche da riferimenti simbolici. (...) se scavo interiore
e poesia della parola risultano elementi di notevole aderenza
reciproca, la visualizzazione grafica della pagina completa
la comunicazione fin dal primo impatto. Sulla pagina bianca
non solo i ritmi, ma le sensazioni si snodano come in cascata
di note musicali, serpeggiano, si interrompono, si avvinghiano
e si allontanano creando infiniti pentagrammi di sinestesie
fatte di colori e di evocazioni. E tra queste si inseriscono
illuminazioni improvvise di terminologia di lingue lontane,
spesso orientali, che proiettano la fantasia oltre l'orizzonte
più limitato della comprensione razionale immediata.
(...) 'La stanza del tè', edito in 300 esemplari
numerati, oltre a proporsi come una raffinata operazione
di intarsio, sovrapposizioni e contaminazioni di lessici
e di linguaggi, riesce a trasmettere una tensione emotiva
che accompagna la scoperta di una possibile poesia dell'anima."
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Lorenza Montanari, La
stanza del tè, In. Giornale di Massa, novembre
1999
"In
un momento di estreme e tragiche incertezze, quella dell'esule
è diventata la nostra condizione più emblematica.
E l'esule cerca sempre di portare con sé il bagaglio
più leggero. La memoria più profonda e il
verbo più lieve ne costituiscono allora il viatico
necessario. Come accade nel 'trittico' che struttura questo
libro in cui è adombrata e narrata la visione d'un
esodo senza il quale non v'è libertà, né
salvezza. Perciò qui la parola poetica attraversa
la crudeltà del nostro mondo mercificato. Sprofonda
nella stiva d'una nave assetata d'Oriente. Approda ad un
silenzio che la purifica. E immateriale riaffiora sulla
pagina bianca: eppure ancora così vibrante di dolore
e di luce."
::
Umberto Piersanti, Motivazione
al Premio Nazionale 'Alpi Apuane 2001'per il terzo posto
de 'Col passo degli esuli - Trittico'.
"[versi]
improntati ad una figuratività che ci ricorda Hokusai,
pittore dell'infinitamente piccolo. (
) sono 'frame':
frammenti visionari, lacerti visivi, piccole sequenze, frutto
dello scandaglio, di viaggi dentro e fuori del sé.
E' la ricerca di quella che definisce 'una lingua degli
abissi', che fissi il movimento sempre doppio del cuore,
come un flusso e riflusso di marea, una dualità di
terra e acqua, tra Oriente e Occidente, tra il senso del
limite e il debordare, la lacerazione, il grido che accompagna
l'urgenza di tendere, di protendersi.".
::
Marcello Tosi, Tra il
canto e l'incanto la poesia vibra e pulsa sui binari stilistici
di Carolina Carlone, Corriere di Romagna, 22 agosto
2002, pag. 31.
"Attraverso
l'esplicito richiamo ad una saggezza antica, gesti arcani
e sapienti, riti appaganti e consolatori che fermano nell'atto
un senso più puro e duraturo diventano i 'correlativi
oggettivi' - più ricercati ed evocati che definitivamente
raggiunti- di un cammino difficile, 'tra sentieri taglienti',
ma pur sempre coraggioso, pur sempre da percorrere
al punto che 'non si può smettere di camminare'.
(
) Questa inappagata ma necessaria ricerca si esprime
con una sintassi frammentata, che utilizza anche visivamente
sulla pagina la suggestione mutuata dalle immagini che,
dal passato e dal presente, dalla realtà e dalla
memoria, si affacciano e lasciano dietro di sé, come
decantate dalla loro stessa impercettibile apparizione,
una scia di incanto e di fascino, un senso, certo, un messaggio
.
ma quanto labile, quanto precario, quanto per questo ancor
più intrigante e sofferto!".
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Paola Rossi Balella, La
poesia di Carolina, in: Risveglio Duemila, sabato 14
settembre 2002, n. 32, pag. 11.
"La metafora della mobilità pervade l'opera e la fluidità
delle storie narrate dal mosaico bizantino ai tramonti si
ricompone in un buio ieratico e fisso. Così come le
piattaforme, i tralicci, il molo e la vecchia fabbrica dello
zolfo agitano pensieri che rinnovano il loro potenziale ad
ogni lettura. L'immagine appena raggiunta, messa a fuoco,
perde i connotati, senza sgomento. (...) Ribelle al vecchio
secolo che ha ammutolito la città in una cartolina, da più
parte si leva un'altra cifra che si manifesta coni segni
della matita e del pennello o con la gestualità di corpi
carismatici e profetici, con la curiosità e la precisione
dell'indagine per le forme e per i profili dell'abitare.
(...)"
::
Chiara Bissi, I 'ponti
mobili' di Carolina Carlone, in: Ravenna &
dintorni, n.101, 4 marzo 2004.
"(...) perché di un luogo ben preciso si tratta - Ravenna -
scelta non per chiusura provincialistica, ma come punto
ideale di partenza per un viaggio che abbraccia dimensioni
universali. Trovo nei versi di Carolina parole cariche di
forza, spesso graffianti, che rivelano la capacità di stare
nel reale con una forte passione e con occhio sempre vigile,
attento a scavare nei meandri dell'anima (...) 'anche
stanotte/da qualche parte/ sul ponte/ hanno sparato' E
il pensiero va istintivamente a Mostar, e a tutti i
ponti sui quali lo spirito di fratellanza si è incrinato, e
con esso, la parola pace.(...) E sorprendente è la miscela
di antico e moderno: da un lato la bellezza accecante dei
mosaici bizantini, dall'altro il tecnologico che avanza
inesorabilmente e sembra occultare - per dirla con Heidegger
- l'essere che solo nella poesia vive e si rivela. (...) Può
sorprendere l'uso che la Carlone abitualmente fa della
versificazione: la verticalità, l'impiego della paratassi,
un linguaggio martellante e sincopato, ma ben si adatta ad
esprimere una accesa visionarietà che tuttavia mai esula dal
reale e ben esprime il rovello nevrotico dei nostri giorni."
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Nevio Spadoni, Ponti
mobili' - Carolina Carlone in: Graphie, anno IV, n.2,
maggio 2004, pag.61.
"Ma insieme ai luoghi della geografia e ai personaggi della
storia, sono evocati numerose leggende e miti: si stabilisce
così un'ulteriore mobilità fra realtà e possibilità, fra
razionalità ed irrazionalità, che indirizza la lettura di
questa poesia verso un esito molto diverso da quello che
appare. (...) se lo spazio specifico di Ravenna ha offerto
ai versi luci, umori, voci, storie, fantasie, è pur vero che
ciò che merita di essere detto non è il luogo in sé,
'uguale' ad altri, ma piuttosto il luogo della poesia, dove
ogni cosa diviene emblema, essenza, conoscenza. Per
questo motivo l'autrice può dire sempre 'io', sia che a
parlare sia Teodorico o un marinaio o il custode dei portoni
del Santo Sepolcro a Gerusalemme, perché la sua voce poetica
'contiene - e cito ancora il prefatore Pietro Civitareale -
la occulta essenza dell'uomo e delle sue radici'.".
::
Franca Alaimo, 'Ponti
mobili' di Carolina Carlone in: Spiritualità &
Letteratura, Anno XVII, maggio-agosto 2004, n.52, pagg.43-44.
"Si tratta di un'opera che segna la maturità dell'autrice
ravennate, per la coesione, la complessità e insieme
l'ampliamento espressivo totale della sua parola
(...) un'apertura verso la contaminazione dei linguaggi, dei
registri e delle lingue, in una stratificazione di italiano,
dialetto, inglese, latino, e soprattutto di toni e di
modalità poetiche ormai 'de-fissate' e 'liquide' (...)
Ecco quindi la tendenza accentuata alla poematicità
per frammenti e lacerazioni, per una corrente ondulatoria e
instabile, per una squadernata orizzontalità
onnicomprensiva, dove si smagliano e si riannodano squarci
di realtà, di territori, di tempi, di linguaggi, una
poesia-mondo, insomma, una poesia-oceano, dove liberarsi
'dall'orgoglio / della terra ferma' (...) Sono del resto
i vinti, i marginali al centro del fuoco ispirativo più
forte: se 'ogni istante/ in noi è tabernacolo' (p.191),
questo 'istante' generato dalla poesia é non solo per il
poeta e il suo novecentesco 'male di vivere' (...), ma anche
e soprattutto per uno sguardo allargato agli umiliati e
calpestati dalla storia, dai potenti, dai risorgenti
bagliori bellico-imperialisti, o fondamentalisti (...)
Allora che cosa resta da dire oggi a un autore onesto, senza
pregiudizi, a una voce autentica che si pone uomo e donna
fra gli altri uomini e le altre donne, senza aureola, senza
inutili presunzioni o ripiegamenti? Forse questo, anzi senza
dubbio questo: "ed io che non ho mai saputo/camminare
sull'acqua/tutto seguo e dispero' (p. 173).".
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Luciano Benini Sforza,
Note e riflessioni 'liquide' su 'Ponti mobili' di Carolina
Carlone in: Tratti, n.72, estate 2006, pagg.
130-131.
"(...) Alla fine, mi fermo sulla domanda per me ben
intrigante delle tante che il testo poetico di Carolina
Carlone (...) mette in circolo: La storia cambia?
(...) La storia insegna, è maestra di vita sulla traccia del
suo negativo e del suo positivo, o resta semplicemente
avvertimento, monito leggero come soffio di vento, tanto più
nell'oggi, o è una nostra eredità pesante? E i confini, non
più tali in un oggi globalizzato, a quale prezzo o con che
animo si figgono o saltano o vengono addirittura consolidati
nelle loro fondamenta e radici? (...) Alessandro parla
una verità nel cui nucleo la poesia si interroga per
ricercare vie, seppure laicamente e con un accento disteso,
direi femminile, di persona che costruisce quotidianamente
il pieno dei suoi giorni, nella scia di alcuni poeti del
Novecento inquieti anche nel versante della inquietudine
religiosa, come Luzi ad esempio e il suo Il giusto della
vita. Niente appare scontato e definitivo: il gioco, i
giochi esistenziali, di tutti, sono aperti. Il bisogno è
quello di trovarvi, o ritrovare o cercare, il desiderio che
la vita sia nel suo meglio. Senza barriere e
ostacoli, almeno per quel che attiene ai giorni di
ciascuno.".
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Maria Lenti,
Alessandro speaks/Tessitura a più voci ' in: "Fermenti",
anno XXXVI, n.2 (2006).
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