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Con
una sintassi frantumata, giocata sulla linea di uno sperimentalismo
già avviato, Carolina Carlone presenta Webcam (videocamera
di internet), un viaggio nei meandri della propria anima,
inseguendo tracce mnestiche come si inseguono orme stampate
sull'arena. È un cammino coraggioso, una esplorazione
che fa affiorare alla coscienza "sigilli infranti"
e "brocche spezzate" e s'insinua tra luoghi privi
di presenze umane, paesaggi svuotati, fatti di cose gelide
all'apparenza, se non fosse che l' io, naufrago fra tante
incertezze scava per trovare ancora una volta un possibile
senso al reale. La ricerca si fa ansiosa e martellante al
punto che "non si può smettere di camminare"
anche se "tra sentieri taglienti" che possono
produrre ferite difficili da rimarginare. Mi pare che uno
dei motivi conduttori dell'intera raccolta sia l'acqua la
quale funge spesso da specchio, l'acqua che diviene corpo
- e il corpo si fonde con l'acqua. "Nell'acqua fino
al ventre ci guardiamo" e per non credere poi "che
tutto quel blu sia senza dolore". C'è un totale
disincanto in questi versi, e il mondo che ci viene presentato
non è certo un mondo pacificato; la visione delle
cose è inquieta, espressa con parole scarne, a volte
graffianti. La poesia di Carolina Carlone si staglia in
una visiva visionarietà che rinvia però sempre
a situazioni reali, pennellate con uno stile sobrio ed elegante.
Il rimando a rituali antichi del mondo giapponese e scintoista
con il frequente ricorso a immagini e parole del mondo orientale
rende il linguaggio ancor più fascinoso e magico,
pur se frammisto a termini mutuati dalla moderna tecnologia.
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